Normative in contrasto? Certamente un unico “responsabile”. Verso uno Stato senza imprese?

Informazione n.1: A seguito dell’abrogazione dell’art. 15 del D.Lgs. n. 196/2003, ad opera dell’art. 27 comma 1 lettera a) n. 2 del D.Lgs. n. 101/2018, l’art. 82 del Regolamento UE n. 2016/679 (GDPR) costituisce, allo stato attuale, l’unica norma di diritto sostanziale che riconosce, in modo specifico, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale (specialmente questo lascia ampio spazio di valutazione soggettiva), conseguente ad un illecito trattamento dei dati personali. Il Legislatore comunitario, infatti, ha ritenuto di statuire espressamente un principio particolarmente pesante, cioè che il titolare ed il responsabile del trattamento, siano gravati non soltanto da obblighi di condotta tipici, articolati e complessi, ma anche (pure, verrebbe da osservare) da disposizioni di principio. Si è deciso che, ai sensi dell’art. 82 del GDPR, “chiunque” subisca – a suo parere – un danno possa attivare il rimedio risarcitorio. Non soltanto, giacché potrà escludersi una tale, generica responsabilità, soltanto mediante la probatio diabolica della non imputabilità dell’evento dannoso registratosi. Detto che la valutazione del rischi, richiesta al Titolare ed al Responsabile del trattamento, sia suscettibile di modificarsi nel tempo, questo comporterà una ulteriore, molto interpretabile variante: l’effettuazione della valutazione del rischi in modo periodico e continuativo. Con costi aggiuntivi.

Informazione n.2: L’azienda è responsabile, per colpa specifica, in caso di incidente del dipendente, se non fornisce protezioni adeguate, non informa nel dettaglio sui pericoli e non aggiorna il documento di valutazione dei rischi. Questo ha statuito la Cassazione (sentenza 13575), sempre molto attenta ai doveri del datore di lavoro, in linea con il nostro legislatore, che ritiene il lavoratore stesso sempre impossibilitato sia a conformarsi autonomamente, sia, in difetto, ad eccepire/denunciare l’irregolarità e, quindi, sempre “vittima”.

Le due, precedenti informazioni sarebbero sufficienti per aprire un dibattito sulle difficoltà che il datore di lavoro, specialmente l’imprenditore-datore di lavoro sia costretto ad affrontare, districandosi tra una normativa che rende l’aspetto economico della tutela della salute del lavoratore irrilevante rispetto alla assolutamente fondamentale conservazione della salute, con il carico da novanta che la normativa sulla privacy impone nella elaborazione dei dati ricevuti in Indagini, ad esempio, epidemiologiche.

Ora il rischio-covid è entrato a gamba tesa nel rischio d’impresa, ingenerando un timore di aumento di responsabilità penale per gli imprenditori. Sullo sfondo, l’”abuso della responsabilità penale”, che nei principi del nostro ordinamento sarebbe invece residuale, ma che, nella situazione drammaticamente attuale, fa paventare l’esplosione di cause per presunti contagi sul posto di lavoro.

Il Cura Italia, infatti, ha configurato tale evento come infortunio sul lavoro e, conseguentemente, l’Inail ha iscritto la morte per Covid-19 in quella categoria, provocando un allarme generalizzato nel mondo imprenditoriale. Come correttamente argomentato, “l’imprenditore teme molto di più l’avvio di una causa penale che non il suo epilogo, che lo vedrà quasi sempre prosciolto, poiché sarà impossibile provare il nesso causale”. Insomma, come evidenziato anche dal Corriere della Sera (13 maggio) a rischiare non saranno solo i furbi o i negligenti ma anche gli imprenditori che hanno diligentemente applicato tutte le misure necessarie per contrastare e contenere la diffusione del Covid-19 dettate dai protocolli di sicurezza del 14 marzo e del 24 aprile 2020.

Riassumendo: l’equiparazione fatta dall’articolo 42 del d.l. n.18/2020 tra infortunio sul lavoro e contagio da Covid-19, meritevole di ricevere la copertura assicurativa Inail, potrebbe dunque portare al coinvolgimento dell’ imprenditore sul piano penale per i reati di lesioni o di omicidio colposo, nel caso di decesso e ciò anche nel caso che la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, ma l’azienda abbia rispettato norme e regolamenti.

Posto nessun dubbio sul fatto che sia giustamente dovuta, ma è altrettanto vero che sia ingiustamente costosa, la fase preventiva, si formula un esempio: la misurazione della temperatura e la registrazione del dato, in caso di positività e ricerca dei soggetti con i quali il lavoratore sia entrato in contatto crea un potenziale, esplosivo conflitto, con un unico, predeterminato responsabile nel datore di lavoro. Da un lato la privacy dei dati potrebbe condurrebbe ad una richiesta di danni per le conseguenze perfino ipotetiche sulla carriera del lavoratore dalla conoscenza dell’infezione, come, ad esempio, la promozione rimandata da virus “letta” come ingiustificata ripercussione, dall’altro la necessità di assicurare la dovuta tutela ai colleghi entrati in contatto.

Una domanda, tuttavia, sorge spontanea a tutti gli imprenditori ed i datori di lavoro, vittime, anche loro, della pandemia, ma sempre più terminali di un disegno di Stato orientato verso il pubblico, l’assistenza (o l’assistenzialismo? ), la burocratizzazione, la elevata pressione fiscale: conviene riaprire?

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