Tribunale di Vicenza: il professionista deve informare il cliente delle scarse possibilità di successo dell’impugnazione e dissuaderlo! Cassazione: Imprenditore condannato per evasione Iva anche se il commercialista ha sbagliato la dichiarazione.

Il Tribunale Vicenza (Marzo 2020) si è pronunciato su di un tema ben noto a tutti i professionisti, nonostante la decisione in esame sia indirizzata ai commercialisti.

Il tema è il seguente, che divido in due argomenti:

  1. spetta al professionista informare il cliente delle scarse possibilità di successo dell’impugnazione e dissuaderlo dal ricorrere alla Giustizia tributaria, indirizzandolo invece ad una forma di definizione agevolata dell’accertamento.
  2. L’onere probatorio dell’avvenuta corretta informazione al cliente grava pacificamente in capo al professionista.

Per quanto attiene all’onere del professionista di informare il proprio cliente, questo dovrebbe essere scontato, anche se sappiamo bene che non sempre in passato sia successo, prevalendo l’affidamento nella persona, nel tecnico di fiducia. Diversa è la linea di demarcazione tra informare il cliente delle caratteristiche tecniche della vicenda e prevedere le sue possibilità di successo: questa è, a mio parere, una categoria dello spirito. In questi anni abbiamo assistito ad una totale idiosincrasia al crearsi di prevalenti linee di indirizzo (ricordo che il nostro, a differenza di quello anglosassone, non è un sistema di common-law, cioè di giurisprudenza prevalente, che fornisca elementi tali che da conformare l’archetipo giurisprudenziale al nostro caso). A questo occorre aggiungere, senza ipocrisia, che spesso i clienti preferiscono i professionisti che interpretino il loro desiderio di combattere una qualunque battaglia: è per questo, tutto sommato, che si rivolgono a loro e non apprezzano un consiglio in contrasto con quello che ci si sarebbe aspettato: sguainare la spada.

Che poi, secondo il tribunale Vicentino, sia perfino il professionista (in una forma di mood autolesionistico) a dover dimostrare di avere scoraggiato il cliente è veramente la ciliegina sulla torta. Mi viene facile pensare, a titolo di esempio, che la tutela della privacy consentirebbe la registrazione di una consultazione nella quale si esponga il proprio avviso disuasorio e, comunque, sarebbe proof of evidence?

Poi, a dimostrazione del fatto che questo sia un Paese nel quale sia veramente difficile svolgere l’attività consulenziale-giudiziale e perfino … essere cliente, la Cassazione si spinge a ritenere responsabile proprio il cliente per un errore commesso dal suo professionista, nel caso specifico, ancora una volta un commercialista, estendendo il concetto di responsabilità oggettiva, totem della legge 231. Quest’ultima decisione rende drammaticamente necessario l’opposto, cioè che sia il cliente a dimostrare di aver fatto di tutto per dissuadere il professionista dal fare qualcosa di cui poi lui stesso possa essere ritenuto responsabile.

La sensazione che emerge dalla lettura di questi due provvedimenti è che il tentativo di dare una normazione perfino agli intenti o di estendere la responsabilità a qualunque soggetto che possa, nel chiuso di una stanza, essere ritenuto responsabile (verrebbe da pensare) patrimonialmente, manifestino una delle peculiarità di cui perfino il prof. Cottarelli ha ritenuto l’Italia farebbe bene a privarsi, per consentire lo sviluppo di un sistema imprenditoriale (e professionale) moderno: la certezza (e l’equilibrio) del diritto!

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